Stiamo caricando

IL BLOG

Una stagione che non finisce mai

In occasione della 40^ edizione della rassegna di Teatro ragazzi al Teatro Bonci di Cesena, Emilia Romagna Teatro Fondazione ha voluto realizzare un blog sugli spettacoli in programma 2019. Una pagina di diario, informale, viva, che racconterà, da gennaio a maggio, 10 spettacoli di artisti che hanno lasciato un segno anche nelle stagioni passate o che rappresentano il futuro del teatro per i ragazzi. Ogni articolo contiene foto, interviste agli artisti, al pubblico di studenti e di insegnanti, riportando le sensazioni, gli aneddoti, i momenti più intensi degli spettacoli per diffondere e condividere al di fuori, nella città e per la città, l’esperienza di una mattina al Teatro Bonci. I nostri blogger sono ragazzi dai 20 ai 25 anni che fanno parte del gruppo cesenate della giuria del Bando Radar promosso da Emilia Romagna Teatro Fondazione, da poco passati dall’altra parte, non più studenti-spettatori ma ancora vicini a loro per età. Il blog ci accompagnerà fino all’ultimo spettacolo… perché il racconto della stagione di teatro ragazzi non finisca mai!

Spettacoli

Fraternità Solare

ALLA RICERCA DELLA POESIA PERDUTA
Un coinvolgente “viaggio” alla scoperta della poesia contemporanea
di Mattia Pasini

Può, ancora oggi, la poesia avere lo stesso valore “nutritivo” ed evocativo che per così tanti e per così tanto tempo ha avuto nei secoli passati?

È una domanda interessante, pungente se vogliamo, alla quale forse non è possibile rispondere in maniera completa. Se da un lato sarebbe riduttivo e fin troppo semplicistico considerare l’arte poetica ancora attuale, dall’altro è inevitabile sottolineare che nella maggior parte dei casi la poesia si limiti a vivere all’interno delle mura scolastiche, trovando estrema difficoltà nel superarle e nell’uscire al di fuori.

È proprio in questo contesto che si inserisce lo spettacolo “Fraternità Solare”, scritto, diretto e recitato dalla poetessa e scrittrice cesenate Mariangela Gualtieri: un tentativo di dialogo rivolto ai giovani con il principale obbiettivo di trasmettere loro il significato della poesia (in particolar modo quella contemporanea) e i valori da essa trasmessi.

Il 22 gennaio alle ore 10, al Teatro Alessandro Bonci di Cesena, in un clima molto intimo, caratterizzato da una semplice luce soffusa emanata da una vecchia lampadina, la voce profonda di Mariangela ha catturato l’attenzione di tutto il pubblico, composto da studenti e professori dei Liceo, i quali, hanno seguito l’intero spettacolo in un silenzio quasi religioso.

Una serie di poesie da lei composte, seguite da quelle di vari autori contemporanei, quali Milo De Angelis, Mario Luzi, Antonella Anedda, Chandra Livia Candiani, Vivian Lamarque e altri (alla quale la stessa autrice si sente profondamente legata) sono state accolte con grande entusiasmo da un pubblico tanto giovane quanto affascinato.

La scenografia minimalista è probabilmente l’elemento chiave dello spettacolo, grazie alla quale le “parole” vengono elevate a protagoniste: un abito bianco avvolge Mariangela, arricchito da uno spago legato alla vita, al quale è appeso un taccuino colmo di poesie, filo conduttore di tutto lo spettacolo.

I versi recitati vengono scanditi da ricorrenti momenti di silenzio, considerati anch’essi, dalla stessa scrittrice, non tanto come pause bensì come parti integranti della poesia. Questi infatti rappresentano un momento utile, se non necessario, perché lo spettatore assorba appieno il messaggio.

Attraverso la profondità e la pacatezza della sua voce, il messaggio di Mariangela è arrivato forte e chiaro. È possibile “ritrovare” i propri poeti, riallacciando un rapporto con quei rappresentanti di un mondo, di idee, sogni e paure che per ovvi motivi, sono necessariamente diverse da quelle di Dante, Foscolo o Leopardi, ma non per questo meno importanti.

Poeti, quelli contemporanei, che possono risultare difficili da comprendere essendo lontani dalla nostra dimensione quotidiana, almeno fin quando non siamo in grado di entrare nella loro melodia che gradualmente diventa un po’ anche la nostra. In un mondo come quello di oggi la poesia è in grado di “togliere peso”, di scaraventarci in un punto di noi che abitiamo da sempre ma che attualmente non è molto frequentato: la nostra interiorità; un luogo dal quale sempre più spesso veniamo allontanati da una mal utilizzata tecnologia.

Una volta terminata la rappresentazione, Mariangela, scendendo dal pacchetto, si è “svestita” dei panni di attrice, instaurando un dialogo non più unidirezionale con il proprio pubblico, ma diretto. Gli interventi dell’audience non si sono fatti attendere e, dei numerosi botta e risposta avvenuti, uno mi ha colpito particolarmente: un ragazzo ha chiesto in che modo si possa classificare una persona che scrive come “poeta” e in quale momento della sua vita Mariangela si fosse resa conto di essere una poetessa. Dopo essersi presa qualche istante per pensare Mariangela ha preso il microfono: “è difficile descrivere il momento esatto nel quale mi sono sentita per la prima volta una poetessa, ma, con il passare degli anni, la paura di mostrare i miei lavori agli altri è scomparsa, in quanto ho iniziato a pensare che essi avessero una propria credibilità e autenticità. Per quanto riguarda il metro di giudizio per classificare una persona come poeta, l’unico mezzo in grado di fare ciò è il tempo, un vero e proprio spazzino in grado di mantenere vivo ciò che ha un valore e spazzare via tutto ciò che non ne ha”.

“Fraternità Solare” è allora un’occasione per conoscere il mondo di Mariangela, comprendere il radicale cambiamento del suo rapporto con la poesia avvenuto nel corso del tempo e cogliere, fino in fondo, l’urgenza di scrivere di una splendida donna che si è avvicinata tardi al mondo della scrittura, ma che, nonostante ciò, ha fatto di essa la sua ragione di vita.

Esercizi per voce e violoncello sulla Divina Commedia di Dante

DANTE DIVENTA MUSICA
l’alchimia nascosta tra note ed endecasillabo con Chiara Guidi
di Monica Bazzocchi

L’approccio alla Divina Commedia è sicuramente un’esperienza forte.
Mi ricordo il mio libro di scuola dell’Inferno di Dante. Ogni parola aveva come minimo un trafiletto di appunti, era tutto talmente tanto scritto che il testo stampato non si scorgeva quasi più.
Studiando i simbolismi, la metrica, le terzine e gli endecasillabi cercavo di imprimermi nella mente ogni significato intrinseco che il professore ci proponeva come analisi del testo. Questo sicuramente per andare bene all’interrogazione. Ma forse la materia mi appassionava perché sono sempre stata attratta dal non detto, dal sottointeso.
Ma cosa può davvero svelarci il segreto che portano quei versi?
Come possiamo esercitarci ad un sentire veramente, ad un sondare quelle parti del testo che ci rimangono nascoste?
Ed è proprio davanti a questo esercizio di ascolto e sentire che mi sono trovata alle 11 di questa mattina del 2 febbraio al Teatro Comandini di Cesena, insieme ad alcune classi del liceo che stanno concludendo proprio ora lo studio dell’Inferno di Dante, aspettando uno tra gli spettacoli proposti dall’iniziativa Teatro Ragazzi.
Chiara Guidi alla voce, Francesco Guerri agli strumenti ed Andrea Scardovi alla produzione del suono, ci propongono una nuova esperienza portando in scena ESERCIZI PER VOCE E VIOLONCELLO SULLA DIVINA COMMEDIA. Nuova non solo per noi che ci stiamo sedendo nella platea del teatro ma nuova anche per gli attori stessi.
D’altronde la compagnia Raffaello Sanzio si occupa proprio del teatro come esperimento portando in scena sempre qualcosa di curioso. Di innovativo.
Entrando in platea insieme a Federica che porta sempre con sé il suo entusiasmo ed il suo quadernino di appunti e a Matteo che si sta preparando a girare delle scene per un documentario, la prima cosa che salta alla vista (e all’olfatto) è la sala coperta di fumo, fin sopra le seggiole. Sul palconscenico, a sinistra, sotto il primo riflettore, sono appoggiati degli spartiti, un violoncello ed uno strano strumento che non riesco a riconoscere, sulla destra invece, sotto l’altro riflettore, c’è un banchetto ricoperto per metà da una pelle di capra e per l’altra metà da un mucchietto di terra. A fianco un bidone vuoto rovesciato con all’interno un microfono. Questa scenografia mi evoca un’idea di sotterraneo.

Per i seguenti 80 minuti Chiara Guidi si esibisce nella lettura del proemio della Divina Commedia per poi trasportarci tra i versi dell’Inferno di Dante sull’onda dei suoni del violoncello, dello strano strumento e del rumore della terra gettata con forza sul bidone. Camminando sugli endecasillabi con la voce e lo strumento si percepisce la ricerca di unico corpo. Le parole, infatti, vengono masticate attraverso la musica, creando un alchimia numerica. Così, il racconto di Ciacco nel cerchio dei golosi, la tremenda invocazione di Pluto nel cerchio degli iracondi e degli accidiosi e la straziante storia del conte Ugolino nel cerchio dei traditori assume una nuova voce.

Finito lo spettacolo ed i meritati applausi Chiara Guidi e Francesco Guerri ci dedicano ancora qualche minuto per poterci aiutare a comprendere meglio quello che avevamo ascoltato fin’ora. Spiegano come hanno studiato la relazione tra voce e strumento nella Divina Commedia e come la regola che impone l’endecasillabo sia in realtà solamente un vettore per creare la possibilità di giocare col suono. Raccontano come sono partiti da uno strumento, il violoncello, senza legarsi alla sonorità che ci si aspetta, riscoprendo suoni nuovi. Gli sfregamenti e le stonature assumono significati forti uniti alla lettura dei versi di Dante. Questi suoni a volte portano delle cesure che anziché essere cacofoniche conferiscono maggiore senso al testo e spesso diventano il diapason per Chiara Guidi per cominciare una terzina. Ci spiegano che quello strumento che avevo fatto fatica a riconoscere non è altro che una chitarra per fare gli spaghetti con la sfoglia che, unita a componenti elettrici (pick up ed altro) ed amplificata, diventa un vero e proprio strumento musicale.

Prima che le classi tornino vociando verso la scuola intervistiamo alcuni ragazzi. Non siamo intenzionate a porgere domande troppo tecniche per cui, Federica chiede ad un gruppetto di studentesse di descrivere lo spettacolo in una parola: BRIVIDO, INASPETTATO, FORTE, CREATIVO.
Io, invece, sono incuriosita dall’esperienza sensoriale che hanno vissuto così chiedo ad un altro gruppetto quali sensi avessero utilizzato per vedere lo spettacolo. Mi rispondono che sicuramente la cosa che hanno utilizzato di più è stato l’udito anche molto stimolati il senso dell’olfatto (per il fumo) e della vista (per l’atmosfera sotterranea).

Dopo averli ringraziati per la loro disponibilità abbiamo il piacere di fare qualche domanda a Chiara Guidi. Federica infatti è molto interessata dal ruolo degli oggetti in scena. Chiara ci racconta che tutto suona. Suona il violoncello, suona la chitarra per fare gli spaghetti, suona la terra gettata sul bidone ma la possibilità di suonare tutto crea un caos. Il loro studio, infatti, si è concentrato sul selezionare i suoni sulla drammaturgia del canto. La musica crea una manifestazione che porta delle suggestioni in chi guarda. Proviamo a fare qualche altra domanda più specifica ma Chiara preferisce non svelare tutto.
“il teatro è magia! Se spiegassi per filo e per segno il mio lavoro perdereste l’incanto”.